migliorare il futuro partendo dall imperfetto

LOMBARDIA, EUROPA. NOI SIAMO QUI, VOI DOVE SIETE?
Da tempo la Lombardia soffre di una ‘crisi di rappresentazione’: una mancanza di
corrispondenza tra le dinamiche del territorio della regione italiana più popolata e
produttiva, e la capacità (o la volontà) di rappresentarle, da parte della politica istituzionale
ma anche delle organizzazioni categoriali che inseguono cordate lobbystiche di interessi o
difese di privilegi corporativi, anziché porsi alla guida dei processi di innovazione che
animano il loro stesso corpo sociale.
L’economia verde procede e genera aspettative nelle imprese e nei consumatori, ma non
trova nei livelli istituzionali una corrispondenza e una azione di indirizzo agli investimenti;
rispetto al recente passato, preoccupa l’arretramento dell’Europa, il faro che mai come in
questi anni appare offuscato e in difficoltà nell’assumere un ruolo guida, nel mutato
scacchiere globale e al proprio interno, soprattutto per le politiche ambientali e climatiche:
il progetto europeo, di fronte alle difficoltà economiche, è ostaggio di emergenti tensioni
che vedono le autorità nazionali intente a mescolare la malta con cui erigere nuovi muri, ai
confini ed all’interno di un’Unione che resta distante dallo spazio mediterraneo. Sempre
più l’Europa spinge per un livellamento verso il basso di welfare e retribuzioni,
rispondendo a precise istanze del capitale finanziario: le stesse che premono anche per
una deregulation ambientale. Entro una UE a rischio disgregazione, l’indebolimento delle
politiche ambientali minaccia di aprire la strada al dumping e alla speculazione finanziaria
ai danni delle risorse ambientali più preziose, a cominciare dal suolo.
Tale situazione non corrisponde all’impegno dei cittadini e delle comunità locali nella cura
e nella manutenzione del territorio. Se prima l’ambientalismo ha rappresentato una
occasione e uno strumento per denunciare il grave stato di degrado dell’ambiente, le
molteplici fonti di inquinamento e i gravi danni provocati alla salute dai processi di sviluppo
e di sfruttamento delle risorse, oggi è una risposta, una idea di società e di benessere.
L’ambientalismo è una opportunità per sostituire il modello di crescita illimitata nell’uso e
nella dissipazione delle risorse con una economia circolare capace di rigenerare,
riutilizzare e reinventare prodotti e servizi, risorse e territorio. Il cambiamento degli stili di
vita delle persone incide radicalmente nella definizione del modello economico più proteso
alla circolarità che non allo sviluppo lineare. Abbiamo superato il limite e non sarà più
possibile crescere e creare ricchezza nel modo in cui l’economia lo ha fatto sino ad ora,
producendo disuguaglianze e crisi ambientali globali. La forza del cambiamento che fa
parte della consapevole esperienza di comunità e cittadini, è oggi il patrimonio della
conversione ecologica che è già in atto.
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FLUSSI, LA REALTÀ CHE CI AVVOLGE CON TRASPORTO
La Lombardia seguita a darsi una narrazione ombelicale, inconsapevole dei grandi flussi
globali entro cui è immersa, che comportano responsabilità e disponibilità all’accoglienza,
ma costituiscono anche opportunità di proiezione euromediterranea: la Lombardia
costituisce il principale snodo metropolitano tra il bacino mediterraneo e l’asse ad
altissima densità di popolazione e imprese che corre verso Sud a partire dalle due sponde
della Manica, fiancheggiando il Reno per scollinare in Pianura Padana. Un corridoio di
scambi marittimi e terrestri, dai grandi porti atlantici a quelli della sponda nord del
Mediterraneo, dalla porta globale di Suez a quella continentale del nuovo tunnel del
Gottardo, per citare le due più cruciali infrastrutture di trasporto che interessano
direttamente gli scambi commerciali con il resto del mondo. La Lombardia è tramite ma
anche terminale di questi flussi, in particolare lo è l’area metropolitana milanese, se è
vero, come attestano le classifiche internazionali, che quella milanese rappresenta – alla
pari di Madrid – la terza più popolosa aggregazione urbana d’Europa, alle spalle di Londra
e Parigi.
Noi siamo in questo snodo di un pianeta ‘fluente’ che, nel XXI secolo, è chiamato ad
affrontare una grande sfida, forse la più grande di sempre per il popolamento umano e
l’infrastruttura esistenziale e relazionale che la nostra specie ha costruito intorno ai propri
insediamenti. Nella storia naturale del pianeta quella che noi chiamiamo civiltà appare
come una anomala concrezione geologica, un orizzonte litologico affiorante con
discontinuità, la cui perpetuazione non può più prescindere dal perseguimento della
sostenibilità in rapporto ai flussi – in questo caso fisici e biologici – che definiscono la
condizione fisiologica dell’ambiente entro cui la civiltà ha potuto e potrà evolvere.
L’emergenza climatica e i dati ormai certi di un cambiamento irreversibile ci informano che
la biosfera ha esaurito la propria resilienza, si è definitivamente spostata dall’equilibrio dei
millenni precedenti, e ora dunque siamo noi a dover divenire resilienti in un mondo che si
avvia ad essere diverso, non solo più caldo, rispetto a come l’abbiamo conosciuto. E
questo accade proprio nel momento in cui, per la prima volta, la prospettiva di una green
society non è più una tensione ideale ma un movimento presente nell’economia reale. Ad
una politica balbettante e vincolata dai lacci delle lobby fossili ora compete l’enorme
responsabilità di perseguire il raggiungimento di un nuovo punto di equilibrio. Anche la
Lombardia deve fare la sua parte. E’ vero che il perno europeo delle politiche climatiche è
divenuto evanescente, che il governo è ostaggio di petrolieri e speculatori, che gli istituti
finanziari stanno schierando i capitali a difesa degli investimenti più tradizionali e meno
sostenibili: dall’estrazione di idrocarburi, alla speculazione immobiliare, alle grandi opere.
Rischiamo di sprecare le opportunità legate alla crisi, che peraltro non ci siamo ancora
lasciati alle spalle. Il fossile del novecento sta serrando le fila per resistere al
cambiamento necessario che vogliamo e che pratichiamo con i nostri stili di vita, di
consumo, di mobilità. Spetta a noi una parte dello sforzo necessario ad aprire la strada al
nuovo secolo, ad un’idea di sviluppo desiderabile. All’unica idea possibile: quella di una
civiltà che non spreca risorse, materiali, energia, territorio, ma che li rimette in circolo per
produrre benessere senza ipotecare il benessere delle prossime generazioni. Ci piace
chiamarla economia circolare perché crea un immagine di movimento positivo e
continuo, un moto inarrestabile di riuso e rigenerazione. Ma non è un’idea nuova, è parte
della narrazione originale di Legambiente, di un’ecologia che sta dentro all’economia
reale. Solo che adesso non è più solo una visione ideale di futuro, ma l’agenda per il
secolo in cui viviamo. Siamo noi direttamente, con la rete di associazioni ed esperienze
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della società e dell’associazionismo, a radicare una opportunità di cambiamento visibile
nell’esperienza di una nuova sobrietà nella relazione con il lavoro e l’uso delle risorse.
SOPRAVVISSUTI ALLA CRISI, NON SOCCOMBEREMO ALLA RIPRESA
Gli indicatori economici, i timidi cenni di ripresa dell’economia lombarda, la crescente
rivitalizzazione delle reti territoriali, i segnali ancora contraddittori di un lento ritorno a
condizioni di relativa sicurezza economica dopo anni di sfiancamento e sfiducia legate alla
peggior crisi dal dopoguerra, contrastano fortemente con gli atteggiamenti di una classe
dirigente arroccata rispetto all’innovazione, intenta a delimitare aree di privilegio, succube
della narrazione più retriva del secolo scorso, il secolo ‘imperfetto’, attingendo senza
remore al peggior populismo razzista per contrastare la riconfigurazione sociale in corso,
accreditando l’immaginario sociale che percepisce i migranti come invasori e minaccia
alla sicurezza. Eppure in Lombardia la popolazione immigrata supera ormai il milione di
unità, con crescenti quote di lavoratori che occupano posizioni lavorative sempre meno
presidiate dai lavoratori italiani, ma assistiamo anche ad una esplosione numerica delle
imprese attivate da persone di altra nazionalità od origine: la Lombardia si rivela inclusiva
nei fatti, ma non nel riconoscimento istituzionale che punta a dichiarare ambiti di privilegio
di cui non possiamo che augurarci la scomparsa. Nell’interesse di tutti. Mai come oggi
Milano e la Lombardia vivono una stagione di relazioni e di attività internazionali, lo
scambio di persone ed esperienze è unico. Come diceva Alex Langer, abbiamo di fronte
due scelte: o l’epurazione etnica con le sue conseguenze razziste e separatiste o
l’integrazione e la convivenza. Un processo questo che richiede la mediazione della
politica istituzionale e la partecipazione dei soggetti economici e della società civile. Ma
non si torna indietro. La scelta della convivenza, difficile e impegnativa, è l’unico futuro
desiderabile per la vita delle persone nella nostra regione.
Pesa anche, nell’indebolire un clima di accoglienza, la difficoltà che attanaglia il terzo
settore e l’associazionismo. E’ caduta in disuso la parola chiave sussidiarietà: non è
l’idea ad aver perso significato e pregnanza, ma la volontà di perseguirla. La crisi
economica ha colpito duro quei presidi di convivenza e di fiducia rappresentati dalle
associazioni di volontariato e dalle organizzazioni di terzo settore. La politica del governo
di questi ultimi anni ha contrastato il valore e la necessità dei corpi intermedi della società
affermando il suo ruolo autoreferenziale, con ciò assumendo inevitabilmente una deriva
populista. Se mai vedremo la riforma del terzo settore, il rischio è quello di guardarla e non
ritrovarci, perché l’idea dominante pare quella di organizzazioni che siano servizievoli e
utili, magari anche produttive, ma compiacenti: esattamente quello che non sarà mai
Legambiente, perennemente animata da tensione al cambiamento e dall’affermazione dei
propri valori di autonomia. A credere nel ruolo strategico del terzo settore e della
partecipazione nel promuovere processi di innovazione sociale sono rimaste istituzioni pur
importanti e solide come alcune fondazioni, prima fra tutte Fondazione Cariplo, che
operano con successo in un contesto difficile. Il venir meno delle grandi ideologie laiche e
delle organizzazioni che a queste si ispirano ha lasciato alla Chiesa Cattolica una
funzione esclusiva di autorità morale, funzione che il papato di Francesco ha ben
interpretato con la enciclica Laudato sì, in cui leggiamo una matura trasfusione di valori
che traggono fonte dalla scienza ambientale e dalla cultura ecologica. E’ giusto
compiacerci e ritrovarci in questa lettura, ma allo stesso tempo è nostro preciso dovere
farci interpreti e continuatori di un’etica ecologica laica, con la consapevolezza che, in un
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mondo che riscopre gli integralismi religiosi come arma di sterminio, il messaggio papale è
sicuramente un elemento di elevazione del dialogo. La società e la politica devono fare di
più per la moderazione dei conflitti, che non a caso hanno oggi una drammatica escalation
proprio nei paesi islamici detentori delle più strategiche riserve petrolifere.
La disattenzione ai grandi temi dell’accesso alle risorse, della convivenza e della
sostenibilità ambientale è palpabile anche nella Lombardia di un Expo che proclama la
volontà di nutrire il pianeta, in cui però si fatica a cogliere l’eco del contemporaneo
dibattito globale patrocinato dalle Nazioni Unite in vista dell’emanazione dei nuovi obiettivi
globali di sostenibilità.
Remiamo controcorrente, contro la fatica di una fase estremamente difficile, ma con la
consapevolezza di essere parte irrinunciabile del cambiamento. Abbiamo il compito di
narrare il cambiamento attraverso la miriade di iniziative verdi che riguardano il lavoro, il
volontariato, la gestione sostenibile delle risorse locali. La forza dei territori è la
caratteristica della nostra presenza in Lombardia, questa pratica politica è ancora di più
oggi utile per non perdere il contatto con la realtà, per affiancare ai rapidi processi di
comunicazione le esperienze concrete, i volti umani della sfida che tutti giorni affrontiamo
nel nostro cammino associativo.
10 MILIONI DI LOMBARDI. VERTIGINE DEMOGRAFICA O ECOLOGIA
METROPOLITANA?
La Lombardia, che nel 2015 ha superato i 10 milioni di abitanti, è uno dei luoghi chiave
entro cui si gioca la sfida della sostenibilità. Guardiamo a questo numero senza angosce,
non moriremo di sovrappopolazione. Gli allarmi per la bomba demografica sono serviti per
introdurre il concetto di limite delle risorse, ma hanno fatto il loro tempo: sappiamo che nel
pianeta c’è spazio, ed è possibile produrre cibo, per tutta la popolazione attuale, e ce ne
sarà ancora se mai, per assurdo, la popolazione dovesse raddoppiare.
Ciò di cui invece occorre preoccuparsi è l’efficienza dei processi che trasformano le
risorse in benessere distribuito. Sappiamo che non è la numerosità della popolazione
umana ad essere insostenibile, ma la sua impronta ecologica per come si è estesa in un
XX secolo entro cui i concetti di innovazione si sono fondati su consumi altamente
energivori e dissipativi di materiali e di spazi, su squilibri globali nell’accesso alle risorse e
nella distribuzione del benessere.
La risposta efficace alla crisi ambientale può annidarsi nel processo imponente di
urbanizzazione della popolazione mondiale (il 54% degli umani vive in aree urbane, nel
2050 sarà l’85%), oggi vissuto come un’ulteriore minaccia a fronte delle condizioni di vita
negli slums. Ma se è la città il problema, nella città deve essere ricercata la soluzione,
l’economia di scala (urbana, appunto) capace di conciliare il benessere con la riduzione
degli input di materia, energia e spazi che al benessere non sono affatto necessariamente
proporzionali: esistono enormi margini per perseguire il disaccoppiamento del benessere
da degrado ambientale e consumo di risorse, e quello urbano è l’ambito migliore per
esplorare queste opportunità.
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SOSTENIBILITÀ ENERGETICA: NON È PIÙ UNA VISIONE
A fine anno si terrà la 21° Conferenza delle Parti a Parigi sulla lotta al cambiamento
climatico. Questo appuntamento potrà segnare un momento di svolta necessario per
mantenere temperatura media globale sotto i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Oggi più
che mai è il momento di mettere un campo tutte le azioni per fermare i cambiamenti
climatici e costruire un’economia decarbonizzata. L’Unione Europea chiederà agli stati
membri di redigere, a partire dal 2018, piani nazionali nelle quali le componenti clima ed
energia siano perfettamente integrate.
L’obiettivo europeo è arrivare nel 2030 a un livello di emissioni climalteranti inferiore del
40% rispetto a quello del 1990. All’orizzonte vi è la necessità di ridurre dell’80% le
emissioni entro la metà del secolo. Le scelte infrastrutturali dovranno essere ripensate
secondo questa logica, soprattutto nella programmazione di grandi interventi e di scelte
autorizzatorie: si pensi all’obsolescenza di un modello che punta ancora alla ricerca di
giacimenti di idrocarburi e all’aumento degli stoccaggi di gas in Pianura Padana.
In questo quadro i governi locali sono chiamati a svolgere un ruolo essenziale, fungendo
da interfaccia tra le grandi scelte sovranazionali e nazionali e le azioni “dal basso”. La
strada non è facile, comporta un cambiamento radicale nella visione della produzione, nel
trasporto, nell’utilizzo finale dell’energia. Purtroppo si registrano scelte governative
incoerenti: dalle trivellazioni al superamento della bolletta elettrica progressiva (per cui
consumare di più sarà più conveniente).
Viceversa per avviare la transizione verso l’economia decarbonizzata occorrono
cambiamenti e iniziative che fissino la centralità sull’efficienza energetica dei comparti
d’uso finali (residenziale, terziario, industria, trasporti, agricoltura) e, parallelamente, il
rafforzamento del ruolo delle fonti rinnovabili in sostituzione delle fossili.
Oggi in Lombardia consumiamo praticamente la stessa energia di 15 anni fa. Il drastico
calo dei consumi, registrato dal 2011, è imputabile principalmente alla crisi economica,
alla cui uscita non dovrà corrispondere un incremento di consumi, altrimenti vorrà dire che
non avremo colto una lezione importante da questo momento economico e sociale. La
rivoluzione energetica passa per l’essenzialità e l’efficienza. Nell’ultimo decennio in
Lombardia abbiamo visto raddoppiare la produzione da rinnovabili, che oggi coprono il
10% dei consumi energetici complessivi, sui tetti lombardi sono stati installati 77.000
impianti fotovoltaici per 2 GW di potenza installata (capace di fornire energia elettrica a
880 mila famiglie), abbiamo anche visto la costruzione di più di 15.000 case in classe A e
A+, e sappiamo che il 10% delle famiglie lombarde ha fruito di defiscalizzazioni per
interventi energetici (408 mila interventi per un giro economico di 5 miliardi).
Questi sono i numeri di una green economy che per decollare definitivamente ha bisogno
di stabilità e scelte coerenti a lungo termine, e ci raccontano che rispetto al passato,
quando parlare di energie rinnovabili appariva idealistico o, nella migliore delle ipotesi,
pionieristico, oggi abbiamo la piena consapevolezza che la sostenibilità energetica, intesa
come l’affrancamento dall’utilizzo delle fonti fossili per alimentare i bisogni della vita e
dell’economia, non è solo auspicabile né teoricamente possibile: è tecnologicamente ed
economicamente praticabile e praticata.
Lo è nel settore della generazione elettrica, dove è bastata una stagione di incentivi per
raddoppiare la produzione da rinnovabili, procurando benefici al mercato elettrico e
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mettendo in ginocchio la generazione da fonte termica. L’ostacolo alla conversione totale
alle rinnovabili è dunque legato al decisore politico e alle lobby che ostacolano un
percorso per altri versi in discesa. Il discorso è diverso per il settore idroelettrico dove il
regime di incentivi per produrre energia da piccoli corsi d’acqua ha creato grandi problemi
nel territorio, montano e non solo. Queste derivazioni, pressoché ininfluenti sulla quota di
produzione da rinnovabili, non hanno carattere strategico entro uno scenario di
sfruttamento dei potenziali di generazione già quasi completo. Eppure gli incentivi hanno
scatenato, nelle aree alpine in particolare, una rincorsa a costruire centinaia di nuove
centrali, le cui procedure di autorizzazione non considerano gli obiettivi di qualità dei corpi
idrici previsti dalla direttiva Acque. L’unico intervento efficace per sottrarre i corsi d’acqua
superstiti alla speculazione appare la revisione del regime di incentivi nell’idroelettrico,
salvaguardando solo fattispecie impiantistiche in contesti già profondamente alterati
(briglie e derivazioni esistenti, canali e navigli, acquedotti e fognature) e l’idroelettrico offgrid in località isolate.
Il settore civile dovrà essere il protagonista della transizione energetica: dovrà subire le
maggiori riduzioni dei consumi grazie alla progressiva accelerazione della
riqualificazione spinta di interi edifici e quartieri che potrebbe portare, alla fine del
prossimo decennio, a risparmi energetici annui dieci volte superiori rispetto agli attuali. La
Lombardia è la prima regione italiana ad aver introdotto nella programmazione energetica
l’obbligo di costruire già dal 2016 secondo standard nZEB – near Zero Energy Building:
case che abbiano consumi energetici ridottissimi e che presentino tecnologie e i materiali
innovativi per edifici che in futuro saranno del tutto indipendenti dall’approvvigionamento di
calore da fonti fossili. Il mercato delle costruzioni è maturo per affrontare questa sfida. Ma
accanto agli nZEB occorrerà lavorare sul 70% degli edifici che tuttora sono in pessime
condizioni energetiche. I tempi richiesti per la conversione di questo enorme patrimonio
edilizio sono molto più lunghi e legati alla mobilitazione di risparmi di famiglie e imprese:
disponibilità che dipende molto, anche in questo caso, dalle politiche incentivanti che i
Governi vorranno adottare, e da quali saranno le lobby a cui i politici daranno maggiore
ascolto. Solo attraverso il ricorso a soluzioni finanziarie innovative potremo valorizzare il
nostro patrimonio immobiliare, lavorando alla riorganizzazione dell’offerta edilizia:
attraverso una vera e propria industrializzazione degli interventi di risanamento sarà
possibile non solo ridurre i consumi ma anche rigenerare le nostre città. L’estesa e
costante partecipazione dei cittadini alla riqualificazione edilizia, grazie alle proposte di
sgravio fiscale, è garanzia che i processi possono essere gestiti dal basso attraverso
aggregazioni locali, iniziative di quartiere e processi di condivisione comunitaria. Devono
essere incentivati progetti di riqualificazione che accostino la necessità di innovazione con
l’educazione e la responsabilità diffusa dei cittadini. Il recupero degli edifici e il risparmio
energetico, insieme alla produzione di energie rinnovabili rappresentano l’opportunità per
un nuovo protagonismo locale più aperto e sensibile ai cambiamento, più duttile e
predisposto all’innovazione tecnologica e gestionale, più democratico nei rapporti con
l’economia.
In Lombardia dovremo stimolare l’efficienza energetica del comparto industriale,
profondamente toccato dalla crisi e dalla globalizzazione. Le trasformazioni strutturali
dovranno andare verso processi e produzioni circolari legati ad un’industria che faccia
dell’innovazione la propria carta vincente.
L’unico macrosettore in cui l’obiettivo della sostenibilità appare ancora distante è quello
dei consumi energetici per i trasporti e, tra questi, in particolare del comparto automotive.
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Si tratta anche della fetta di consumi energetici in cui pesano maggiormente i prodotti di
origine petrolifera, quindi quelli la cui estrazione, distribuzione e raffinazione comporta i
maggiori impatti ambientali, sociali e militari. E’ anche il settore meno dipendente da
regolazioni e incentivi governativi, ed in cui invece pesano maggiormente i comportamenti
di mercato e le politiche locali, oltre agli investimenti infrastrutturali che, in Lombardia,
esprimono una chiara predilezione per il potenziamento delle opere di viabilità e di
accessibilità stradale. Qui occorre dispiegare le nostre posizioni più radicali.
Nel campo dell’automotive, insieme ai biocarburanti di seconda generazione, la vera
novità verrà dalla mobilità elettrica, che nel prossimo decennio vedrà una crescita
esplosiva. I cambiamenti tecnologici saranno integrati dall’espansione delle soluzioni
gestionali, come il car e il bike sharing, uber, blablacar, car pooling, ecc. che porteranno a
una riduzione fisica del numero di auto. Finalmente si assisterà ad una espansione
dell’economia dell’uso contro l’economia del possesso.
Dovremo stare attenti sul medio-lungo periodo al cosiddetto rebound effect: il maggiore
reddito fa aumentare i consumi, senza la realizzazione di una green society anche la
green economy potrebbe dunque mancare il suo obiettivo: una smart city senza cittadini e
amministratori intelligenti non è nulla. Ma il disaccoppiamento tra indicatori di sviluppo e
domanda di energia è già più che uno scenario plausibile, è una prospettiva, anche se
potrà essere rallentata dalla fase attuale di bassi prezzi energetici.
In California, paese oppresso dalla siccità peggiore della sua storia ma anche ‘faro’
dell’innovazione ambientale, il governatore Jerry Brown dice: «Non potete continuare a
vivere come avete sempre fatto, per più di 10.000 anni la California è stata abitata da non
più di tre o quattromila persone. Adesso abbiamo avviato un esperimento che non è mai
stato provato in precedenza: 38 milioni di persone con 32 milioni di veicoli, che vivono a
un livello di comfort che tutti vogliamo raggiungere. Questo richiederà adattamento.
Questo richiederà apprendimento».
CITTÀ SENZ’AUTO, PIÙ SPAZIO PER VIVERE
Sicuramente l’automobile costituisce il bene di consumo che ha maggiormente plasmato il
‘900, il secolo della velocità, del futurismo e del design aerodinamico. Il possesso dell’auto
ha portato una inedita dilatazione del mercato e la libertà di muoversi in breve tempo in
spazi molto più estesi di quanto fosse possibile nei secoli precedenti. La motorizzazione di
massa è stato il fenomeno economico che ha percorso il ‘900, dall’innovazione di Henry
Ford al manifesto di politica industriale del nazismo: ‘un’auto per il popolo’, espressione
che la lingua tedesca contrae in un’unica parola, Volkswagen: un programma
vittoriosamente compiutosi nell’arco del lungo dopoguerra. Ma a quali costi? Se si
considera il parametro energetico, lo spostamento di una persona nella propria auto
comporta la movimentazione di una tonnellata di veicolo dotato di un motore a
combustione interna, quindi a bassa resa. Il che, considerati gli attriti e le perdite dovuti
all’uso in condizioni mai ottimali, porta ad un risultato sconcertante: di 100 parti di energia
impiegate, solo due sviluppano il lavoro utile, le altre 98 si disperdono in dissipazioni e in
movimentazioni del veicolo che non producono un servizio di mobilità, ma emissioni,
congestione, incidentalità, costi. Inoltre i veicoli circolanti occupano una enorme quantità
di spazio: strade, piazzali, parcheggi rappresentano quasi il 60% della superficie di suolo
impermeabilizzato in Italia, più di case e capannoni. A livello nazionale, l’infrastruttura per
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la mobilità automobilistica ha consumato più suolo di quanto abbia fatto l’intero comparto
edilizio. Se la popolazione lombarda sarà indotta a pensare che il proprio benessere
dipenda dal possesso e dall’uso di un’auto, magari per poter vivere in una villetta a
schiera in provincia, allora la Lombardia sarà troppo piccola per i lombardi del futuro.
Se invece l’infrastruttura e il governo urbano saranno in grado di fornire risposte diverse
ed efficaci al bisogno di mobilità, allora il territorio della Lombardia, e perfino quello delle
città, diventerà più vasto ed accogliente, perfino più salubre e sicuro di come lo abbiamo
conosciuto fino ad oggi. La città di Milano ha accolto l’avanguardia di quest’innovazione
non solo attraverso il trasporto collettivo (che ha aumentato i propri numeri pur senza
migliorare la propria prestazione d’impresa), ma anche con la crescita e l’attrattività di
nuove soluzioni di mobilità, che attingono dalla cultura della condivisione (car- e bikesharing) e da quella della sufficienza (la crescita lenta ma continua della mobilità
ciclabile), con la contestuale limitazione dell’accessibilità automobilistica all’organismo
urbano (area C, Low Emission Zone). Milano si è posta in controtendenza ai dati regionali
e nazionali, riducendo in modo sensibile il proprio tasso di motorizzazione, con una
tendenza che procede ormai da un ventennio e che quindi non è imputabile alla crisi
economica: semplicemente, a Milano si va affermando tra crescenti strati di popolazione,
specialmente giovanile, un nuovo paradigma di mobilità, le cui applicazioni sono rese
accessibili dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della loro portabilità:
tecnologie che consentono di localizzare il mezzo di trasporto nel momento in cui serve,
ed anche di utilizzare in modo produttivo il tempo di viaggio a bordo di un mezzo collettivo.
Il ‘tracciante antropologico’ di questa diversa propensione, come auspicato dalle profezie
di J. Rifkin, è tangibile nell’atteggiamento dei più giovani, per i quali lo status symbol
ricercato non è più il possesso di un’auto, ma la performance di connessione alle reti.
Milano non è un’isola, forse è una postazione avanzata, un promontorio dell’innovazione,
sicuramente un luogo in cui più facilmente le nuove tensioni sociali trovano gli strumenti
per esprimersi e tradursi in stili di vita e comportamenti di mercato. Ma il cambiamento è in
atto e richiede nuove politiche regolative, prima di tutto nel settore della mobilità di
persone e merci, per dispiegare gli effetti di una così drastica innovazione tecnologica e
sociale. Intorno a Milano, purtroppo, il quadro è molto peggiore.
MOBILITA’, IL GIUSTO STA NEI MEZZI
L’attuale scenario di crisi italiano sta avendo negative ripercussioni sul sistema del
trasporto pubblico locale già vittima di forti inefficienze che da anni ne impediscono
sviluppo ed efficacia. Assistiamo alla progressiva riduzione di risorse disponibili per il
trasporto pubblico, che si traducono in una costante erosione della qualità offerta al
pubblico in termini di capillarità, frequenza, mezzi disponibili ed accessibilità soprattutto
sul fronte del collegamento tra città e provincie e tra periferie e periferie.
Mancando le risorse economiche, la soluzione oggi scelta è di tagliare il servizio o
aumentare le tariffe, di fatto impoverendo di molto l’attrattività dell’offerta stessa.
Il risultato in termini di utenza comporta segni negativi, specie per il TPL su gomma: in
provincia di Brescia la contrazione va dal 6 al 7%, a Pavia oltre il 6% è tornato
all’automobile per disperazione mentre nelle altre provincie siamo attorno ad un calo
medio dell’utenza del 4%.
Lo scenario che possiamo tracciare osservando la situazione attuale è quello di un
servizio che progressivamente si concentra nelle città, mentre l’offerta extraurbana si va
riducendo, specie nei giorni festivi e nelle ore serali.
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Si selezionerà così sempre più una clientela senza alternative al mezzo pubblico,
acuendo la disuguaglianza sociale con chi, per reddito, età o abilità fisiche, non soffre di
tali limitazioni.
Per uscire dal circolo vizioso – meno qualità, meno clienti, meno risorse – occorre rivedere
il sistema, ripartendo dalla pianificazione del servizio offerto e prima di tutto delle
infrastrutture stesse oltre che dalla cultura che dirige i comportamenti delle persone
sempre più propense ad usare sistemi di mobilità sostenibili.
Passare quindi dalla fallimentare politica dell’offerta che propone infrastrutture e servizi
indifferenziati (che guardano più alle esigenze delle imprese), senza misurare i bisogni e i
cambiamenti della domanda di mobilità, ad una politica che si ispira alla domanda, capace
quindi di incidere e considerare i cambiamenti nelle necessità, i comportamenti delle
persone, le possibilità di ottimizzazione ed utilizzo delle infrastrutture già esistenti,
prevedendo anche modalità di integrazione di rete e tariffarie.
Il gap tra Milano e Area Metropolitana
Nonostante la mobilità dell’area milanese abbia dimensioni e densità di grandi aree
metropolitane, non viene gestita come tale: infatti la quota del TPL sulla mobilità milanese
è di 65/70 punti percentuali mentre l’area metropolitana va dal 10 al 15%. I collegamenti
con l’hinterland e tra l’hinterland sono carenti e poco integrati lasciando l’area
metropolitana con alti livelli di congestione e di inquinamento atmosferico.
Una gestione separata della mobilità e gli ampi margini discrezionali lasciati ai vettori
tradizionali Trenord (Regione e Stato) e Atm (Comune di Milano), sulle scelte dei servizi
da produrre sul territorio, uniti ad una squilibrata distribuzione delle risorse pubbliche
(nessun taglio a Trenord e ad ATM ma tagli progressivi e costanti alle autolinee che
svolgono servizi nelle aree extraurbane) portano ad un pesante squilibrio dell’assetto
dell’offerta su tutta la Lombardia e sono una ulteriore dimostrazione della necessità di
introdurre meccanismi di regolazione pubblica e competizione tra gestori basati sulle
prestazioni per la collettività e l’ambiente.
La domanda di trasporto non ha confini amministrativi e, come tale, necessita di un
governo organico di pianificazione delle reti e dei servizi. L’allocazione delle risorse
pubbliche per il TPL risulta iniqua e inefficiente, a favore di Milano, che continua a
rafforzare le direttrici radiali. I grandi vettori Trenord e ATM segnano un divario di
produttività ed efficienza distante dalla media comunitaria. Non ci rassegniamo ad una
modesta capillarità della rete e dei servizi di trasporto pubblico locale nell’hinterland di
Milano, sebbene abbia la stessa densità di popolazione del capoluogo, per non dire delle
aree come l’Oltrepò pavese, le valli e la bassa padana dove sono minacciati anche i
servizi minimi. Va aperta una fase di liberalizzazione dei servizi, la stessa che ha
modernizzato il TPL in tutta Europa, dando vita ad una integrazione tariffaria che non
penalizzi i piccoli vettori ed i pendolari con alte tariffe come l’attuale obsoleto sistema
Sitam e IVOP dell’area metropolitana milanese ad oggi in mano rispettivamente ad ATM e
Trenord con buona pace dei gestori che si vedono attribuiti minori ricavi senza una
misurazione trasparente delle frequentazioni.
Se a Milano avanza di moto proprio la sharing economy, nel resto della Lombardia
occorre pensare ad azioni rivendicative, ma anche di assunzione di responsabilità, che
riportino il trasporto pubblico ad essere inteso come grande risorsa e servizio che
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risponde al bisogno comune: la nostra idea, provocatoria ma non troppo, di pendolari
shareholders, ovvero azionisti, di Trenord, va proprio in questa direzione, ovvero che le
prestazioni, l’efficacia, i costi del TPL debbano essere commisurati al bisogno di mobilità,
e non al profitto e alle rendite di posizione delle società, nominalmente a controllo
pubblico, che lo esercitano
Un po’ di visione
Se le previsioni di Finmeccanica, che prevede per il 2030 l’aumento della domanda di
mobilità in Italia pari al 50%, sono giuste (ma anche se non lo fossero), il nostro ruolo su
questo tema può essere rilevante in varie direzioni per ridurre l’inquinamento atmosferico,
la congestione e l’incidentalità sulle strade prese d’assalto dalle automobili per l’assenza
di alternative e per uno sviluppo urbanistico e abitativo caotico.
Innanzitutto stimolando la trasparenza sui dati di utilizzo e di efficacia dei sistemi di
mobilità, che permettano la pianificazione e calibrazione costante dell’offerta. L’assenza
della bigliettazione elettronica integrata e di dati chiari sull’uso attuale non permettono
decisioni e valutazioni significative oltre a determinare un limite nell’accessibilità del
sistema. La parametrazione dei costi della mobilità in termini di costi indiretti, ambientali e
sociali (tempo, congestione, sicurezza, equità, emissioni, consumo di suolo, ecc) può
essere un ulteriore elemento capace di indirizzare la politica ed i gestori nella scelta delle
migliori strategie per consentire il muoversi necessario per la Lombardia
Muovere e muoversi sono attività che tutti facciamo, permettono scambi di cose e di idee,
accesso ad opportunità di studio e di lavoro, servizi e relazioni umane prima che
commerciali. La nuova generazione è nostra alleata: i millenials già ci dimostrano
propensione alle tecnologie, allo sharing, all’uso “on demand” di servizi e credono che
l’attenzione all’ambiente sia un valore parte della loro vita. La smart mobility è una
prospettiva possibile, che integra le tecnologie in tutti gli aspetti della domanda e
dell’offerta di mobilità, permettendo sia di incidere sui bisogni che di realizzare un’offerta
integrata, calata sui bisogni, dinamica rispetto alle esigenze, e capace di realizzare un
sistema equo e democratico di sostegno all’evoluzione di Milano e della Lombardia.
LA CITTÀ, DA MALE ASSOLUTO A TERAPIA CIVILE ED ECOLOGICA
L’aria della città rende liberi: era l’adagio che spingeva i servi della gleba a ricercare il loro
affrancamento tra le fila della nascente borghesia urbana. Ancora oggi la via verso la città
è quella seguita da milioni di persone che abbandonano i loro campi, o sono costretti a
farlo da guerre, carestie e mutamenti climatici, ricercando la speranza di una vita migliore
nelle megalopoli dei paesi in via di sviluppo. Quelle migrazioni interne non sono così
diverse da quelle che spinsero nelle città la popolazione rurale del nostro Paese:
braccianti, montagnini, terroni che hanno affollato le grandi città industriali fin dai primi
decenni del secolo scorso. I potenti mezzi dell’agricoltura meccanizzata e latifondista
pensano a coltivare le terre non più presidiate, mentre le città si affollano di sobborghi. Da
noi giungono solo piccole quote di queste imponenti masse in movimento, superando le
barriere erette dalla natura e dalle polizie di frontiera. Ma anche in Lombardia il processo
di urbanizzazione riprende il suo corso, e le città tornano ad esercitare attrazione, dopo
mezzo secolo di declino demografico. E’ ancora presto per generalizzare, ma sembra
essersi esaurita, o almeno ridimensionata, la spinta espulsiva con cui le città, dagli anni
’70 del secolo scorso, avevano perso residenze, fabbriche, commercio, tutte attività che
hanno trovato vantaggioso riposizionarsi ai margini, o del tutto al di fuori dei confini urbani,
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in quella campagna improvvisamente resa accessibile dalla dotazione generalizzata di
utilitarie, mentre le città erano diventate un posto tremendo in cui vivere, per la crescita di
traffico, inquinamento, cemento.
Il problema è che il manufatto urbano è ancora, in gran parte, lo stesso da cui popolazione
e imprese erano fuggite: dai grandi assi stradali congestionati entro cui la città pubblica
soccombe alle auto private, ai sistemi di drenaggio idrico divenuti obsoleti e insufficienti a
causa della crescente impermeabilizzazione delle superfici, agli edifici mal costruiti a
partire dal dopoguerra, sempre più degradati ed energeticamente scadenti, al verde
carente, ecologicamente inadeguato e non connesso con il territorio circostante, alle ex
fabbriche divenute malsane aree dismesse. Ricostruire la città, e farlo attingendo da criteri
di efficienza energetica, resilienza, ecologia urbana e prestazione dei materiali e delle reti,
oltre che di intelligente programmazione delle funzioni di prossimità, è allo stesso tempo la
premessa e la sfida del secolo della sostenibilità urbana. La green economy si giocherà
prima di tutto nelle città, su questo terreno dobbiamo contribuire a far confluire interessi e
voglia di investire ed innovare, attivando e connettendo le pulsioni e le esigenze della
green society. A differenza del passato, non abbiamo bisogno di rinnegare il rapporto con
la campagna, né di conferire appellativi dispregiativi a coloro che fino a ieri lavoravano la
terra. Al contrario, allo sforzo di integrazione e convivenza, è necessario affiancare un
lavoro di consapevolezza e di inclusione di responsabilità territoriale, un patto tra città e
spazio rurale, che affermi l’indispensabilità di un necessario vincolo di prossimità.
La nuova generazione di cittadini deve nascere con la consapevolezza della propria
impronta di suolo e con la necessità di stabilire un’alleanza con gli agricoltori che
producono cibo. La relazione tra la città di Milano e il suo territorio passa per la creazione
di un grande Parco Metropolitano che sappia ricollegare il territorio libero alla sua funzione
imprescindibile di produttore di cibo, di biodiversità e di spazio aperto di fruizione. Il
consumo di suolo deve essere fermato per riconnettere lo spazio urbano con il suolo
libero circostante. L’esperienza del parco Agricolo Sud Milano deve essere utilizzata nei
diversi capoluoghi della regione, diventare modalità di cucitura e sviluppo tra città e
territorio.
INFRASTRUTTURE, SÌ. MA QUALI?
L’immagine simbolo dell’Expo 2015 potrebbe essere la bandiera lombarda issata
sull’infrastruttura più inutile realizzata per l’evento, il gigantesco viadotto deserto che
attraversa l’area espositiva raddoppiando il collegamento già esistente tra le autostrade
del quadrante ovest di Milano. Una infrastruttura perfino più inutile della Brebemi e più
ridondante della TEEM. E a proposito di spese mal programmate, che dire di
Pedemontana, l’opera viabilistica attesa da mezzo secolo e in via di parziale
realizzazione con un tale sovradimensionamento da risultare economicamente
insostenibile? Per non dire degli oltre 20.000 stalli di parcheggio realizzati appositamente
per Expo e risultati largamente inutilizzati rispetto ad un evento a cui la stragrande
maggioranza dei visitatori ha dato una dura lezione ai progettisti, recandosi ad Expo con i
mezzi pubblici: simbolo di velleità gigantistiche per far fronte a bisogni che possono
essere soddisfatti in modo più efficiente e con molta meno spesa. Expo poteva essere
un’occasione per potenziare i parcheggi di interscambio già presenti attorno alla città
senza crearne di nuovi, inutilizzati e destinati all’abbandono. Per quanto tempo la politica
lombarda continuerà a propendere per risposte sbagliate alla necessità di nuove
infrastrutture e all’ammodernamento di quelle esistenti? Quante risorse finanziarie
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dovranno essere distolte dalle necessità più prioritarie e urgenti per favorire interessi? Il
dato contenuto nel progetto di piano regionale della mobilità è già una risposta a quanti
continuano a lamentare un ritardo autostradale della Lombardia, regione che, con 30 km
di autostrada per 1000 kmq, detiene una dotazione molto maggiore della media europea
(8,4 km/1000 kmq), ben più di Stati come Francia, Gran Bretagna, Spagna e paragonabile
solo a quella della Germania. Ricordando che le tre autostrade presentate come
‘necessarie’ per l’Expo che vuole ‘nutrire il pianeta’ hanno cancellato 1500 ettari di suoli
agricoli.
Ai profeti del pensiero unico per cui alla crisi si risponde costruendo infrastrutture
rispondiamo che le infrastrutture devono servire per lo sviluppo e non per muovere capitali
depredando risorse territoriali. Di più: le infrastrutture devono ‘contenere’ l’idea di
sviluppo a cui sottostare. Se l’idea è quella di una regione a maggior intensità di traffico
automobilistico e commerciale, non ci stancheremo mai di esprimere il nostro aspro
dissenso. Un dissenso critico, che non risparmia altre tipologie infrastrutturali come l’alta
velocità Torino-Venezia, progetto concepito non per intensificare i collegamenti pendolari
e il trasferimento su ferro delle merci, ma per offrire servizi per la sola componente
business dell’utenza, coperti dal soccorso incondizionato dei soldi di tutti.
Le infrastrutture di cui c’è bisogno servono per avere città più resilienti, aumentare la
sicurezza idrogeologica, migliorare l’efficienza idrica, ripristinare le connessioni
ecologiche, distribuire e gestire l’energia prodotta da fonti rinnovabili, supportare la
crescita e l’accessibilità del trasporto collettivo.
INDUSTRIA, MANIFATTURA E TRASFORMAZIONE,
PER UN NUOVO DIALOGO CON IL TERRITORIO
L’ambientalismo moderno si è imposto nel segno di una forte critica ad una cultura
industriale che negava ogni addebito nei confronti dei propri impatti, oltre che dei rischi.
Cultura che non è ancora scomparsa e che riceve troppa indulgenza dalla classe politica
e confindustriale, e che deve pertanto essere contrastata ovunque si presenti. Tuttavia ora
è necessario anche compiere uno scarto in avanti, poiché non possiamo certo essere noi
coloro che assecondano una cultura anti-industriale e del sospetto che emerge in ogni
occasione in cui occorre valutare una localizzazione o un’autorizzazione di un sito
produttivo. In una regione in cui la manifattura ha il peso che ha in Lombardia, non può
essere la diffidenza l’atteggiamento da incoraggiare. E’ questa la parte più difficile e
impegnativa della nostra sfida, anche rispetto a coloro i quali, facendosi interpreti di
angosce collettive o di facili consensi elettorali, ci chiedono di intervenire, invariabilmente,
‘contro’. A noi, tenendo conto delle sensibilità del territorio, tocca di praticare il
discernimento ma anche la vertenza che non si dà l’obiettivo a priori di espellere qualsiasi
produzione indesiderabile, ma al contrario di elevare gli standard ambientali e di sicurezza
affinché i processi produttivi possano aver luogo in contesti ambientali che garantiscano la
convivenza tra industria ed ambiente circostante: sapendo che il rischio non è mai
eliminabile del tutto, così come non lo sono le emissioni. Ma sapendo anche che gli
standard di protezione ambientale presenti nella nostra regione, se correttamente attuati e
monitorati (e spesso lo sono), sono tra i più alti. E che una produzione espulsa da un
territorio troverà modo di svolgersi in altre parti di Lombardia, d’Italia o del mondo in cui
troverà condizioni più agevoli per ridurre i costi di prevenzione beneficiando di regole e
controlli meno stringenti, salvo poi spedire le proprie produzioni sul mercato lombardo a
bordo di inquinanti TIR.
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Questo non significa accettare qualsiasi tipo di lavorazione a prescindere da altre
valutazioni: non accetteremo mai che in Lombardia si costruiscano altri inceneritori per
rifiuti urbani, fossero anche i più puliti ed efficienti, perchè sappiamo che di inceneritori
non c’è bisogno, che anzi è ora di mandare in pensione quelli che ci sono, per praticare
politiche molto più virtuose di riduzione che contemplino il riutilizzo dei materiali e il
risparmio delle risorse. Così come non accetteremo nuove centrali di generazione elettrica
alimentate a combustibili fossili, perchè non servono alla conversione energetica
necessaria. Ma ci rendiamo disponibili a promuovere politiche industriali che rendano la
Lombardia un luogo accogliente nei confronti dell’industria di trasformazione, a partire
dalla riconversione industriale di siti produttivi dismessi e dalla compatibilizzazione delle
aree produttive che, quasi ovunque, una volta realizzate vengono abbandonate a se
stesse, formando accalcamenti poco meno che casuali di capannoni e piazzali che paiono
prescindere da ogni concetto di qualità dei luoghi di lavoro, per non parlare dell’ambiente
e delle comunità circostanti che ne subiscono l’ingombro, gli impatti ambientali e il traffico.
Per questo occorre avviare una stagione di rigenerazione anche per i comparti produttivi.
CUSTODI DEL SUOLO, BENE COMUNE EUROPEO
Sul suolo abbiamo sviluppato in questi anni, prima di altri, una forte sensibilità, che ha
contagiato il dibattito pubblico e in parte si è tradotta anche in provvedimenti legislativi e
nuova giurisprudenza in materia di scelte di programmazione territoriale. Con la legge
regionale 25/2011 la Lombardia ha attribuito al suolo l’attributo di ‘bene comune’, in virtù
del quale oggi nessun giudice amministrativo si sognerebbe più di reputare illegittimo un
ricorso ambientalista contro un’espansione urbana. Quella legge è stata una nostra
vittoria, e resta, almeno per ora, il vero caposaldo del diritto del suolo nella nostra regione.
L’amarezza per la pessima legge regionale promulgata sullo stesso tema da Regione
Lombardia un anno fa (l.r. 31/2014) non cancella questi risultati ormai sedimentati ma,
semmai, ci costringe ad andare avanti, portando il dibattito verso il legislatore europeo:
solo una direttiva europea può informare un quadro di ragionevoli certezze sulla
conservazione delle superfici e sulla salute dei suoli, impedendo alle centinaia di
autonomie legislative – nazionali o regionali – di muoversi in un ambito di “creatività
regolativa” (per usare un eufemismo) nel promulgare norme e piani che dichiarano di
contrastare il consumo di suolo, ma lo fanno in modo inefficace o peggio, come nel caso
della norma lombarda, addirittura controproducente. E’ con questo spirito che partiamo
per una battaglia molto più grande di noi, promuovendo il network people4soil, che ha la
pretesa di parlare a 500 milioni di europei e di ottenere il sostegno popolare ad una
iniziativa di cittadinanza europea che chieda alla politica di attivarsi in difesa della risorsa
naturale più preziosa del nostro continente. E’ del resto proprio l’Unione Europea il
soggetto politico che ha maggiori responsabilità nella sostenibilità degli usi del suolo, non
foss’altro per i miliardi spesi nella Politica Agricola Comune, che ci consegnano un settore
economico indubbiamente strategico nella produzione di materie prime, ma sicuramente
poco attrezzato alle sfide di sostenibilità e di salubrità ambientale del territorio affidata alle
cure non sempre amorevoli di coloro per i quali la terra è il primo mezzo di produzione.
Certo anche l’agricoltura, come e più di altri settori economici, sottostà alle regole di un
mercato globale, in cui le quotazioni delle commodity vengono stabilite da una borsa
mondiale indifferente agli effetti di alluvioni, siccità, maggiori o minori cure riposte dagli
agricoltori a livello locale. E la stessa Europa, che si era data una strategia agricola
funzionale a difendere la sicurezza dei propri approvvigionamenti alimentari, è oggi un
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continente largamente dipendente dalle importazioni, dal momento che le proprie superfici
coltivate sono a malapena sufficienti a far fronte alla metà del proprio bisogno di materie
prime agricole.
La Lombardia è anche questa volta al centro delle contraddizioni. Lo è come regione che
ha perso il 25% dei propri suoli migliori, cedendoli all’urbanizzazione e alle infrastrutture.
Ma lo è anche nel paradosso di essere la regione italiana in cui il comparto agricolo
produce in assoluto maggiore ricchezza, sebbene il suo principale prodotto, in termini di
quantità, sia il liquame zootecnico: ne produciamo ogni anno una quantità 50 volte
superiore alla produzione di cereali, riso compreso: una montagna di escrementi che cuba
il triplo della produzione totale di rifiuti, urbani e speciali. E’ pur vero che dal letame
nascono i fiori, ma occorre equilibrio! Qual è il senso di una agricoltura così fortemente
sbilanciata verso la produzione animale (carne e latte), in gran parte destinata alla
trasformazione industriale, in una regione così densamente insediata? Ha senso che
l’agricoltura aggiunga i suoi impatti (inquinamento delle acque da nitrati, forte emissione di
precursori di polveri sottili e di gas climalteranti, uso massiccio di chimica in campo e di
antibiotici in stalla, estrema semplificazione degli agroecosistemi legata alle coltivazioni
intensive…) a quelli di tutte le altre attività e pressioni che agiscono sul territorio
lombardo? O forse è legittimo chiedere una politica agricola regionale che sia
maggiormente orientata alla differenziazione delle produzioni per approvvigionare il
mercato interno, che riduca fortemente gli input chimici, che sviluppi una filiera zootecnica
vocata all’eccellenza produttiva e non alla massimizzazione della produzione a discapito
anche del benessere animali, che sviluppi la funzione di stabilizzazione climatica dei suoli
e la qualità ecologica dell’agroecosistema, che assista le funzioni di disinquinamento e di
gestione del territorio e della sua sicurezza idrogeologica?
Su questo terreno, il nostro lavoro e il dialogo con gli agricoltori sensibili è ancora agli inizi,
ma esistono enormi potenziali affinché l’agricoltura diventi a pieno titolo la risorsa
fondamentale per il benessere dei cittadini lombardi, e non sia solo una gigantesca
macchina che utilizza centinaia di migliaia di ettari di suolo solo per produrre mangimi e
smaltire liquami. Assistiamo alla crescita di investimenti per la conversione al biologico,
rileviamo una forte volontà di cambiamento e il nascere di sensibilità prima inesistenti
verso la conservazione del suolo e la valorizzazione paesaggistica. Con gli agricoltori ci
siamo accostati a vertenze contro le colate d’asfalto e cemento, come è successo
nell’abbiatense contro l’inutile superstrada Vigevano-Malpensa o in Lomellina contro la
Broni-Mortara. Oggi il mondo agricolo torna in prima fila per riacquistare peso e incidere
nelle politiche di pianificazione, si organizza in Distretti agricoli che rappresentano una
significativa novità nella gestione del territorio rurale e nello sviluppo di progettazioni
integrate. I Distretti sono anche una opportunità per far uscire le aziende dall’isolamento,
un individualismo difensivo troppo spesso favorito dagli atteggiamenti di alcune
associazioni di categoria. Evidenziamo anche il grande valore per il cambiamento che
potrebbero avere nella nostra regione le Fondazioni laiche o religiose che posseggono
grandi territori. L’Ospedale Maggiore di Milano per esempio possiede 8500 ettari di terreni
agricoli che affitta con contratti agrari che costituiscono un capestro per investimenti e
innovazioni aziendali, quando potrebbe orientarne la produzione all’approvvigionamento
della propria ristorazione. Dalle città nasce un’aspettativa di un’agricoltura vicina ai nuovi
bisogni di salubrità e di qualità del cibo oltre che di sostenibilità delle produzioni, che
contempla anche la riduzione degli apporti di proteine animali. Per l’ambientalismo e
l’agricoltura si apre una stagione di relazioni e dialogo sicuramente indispensabile e
foriera di cambiamento e nuove sfide di sostenibilità.
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LA BIODIVERSITA’ E LA RETE ECOLOGICA
La rete ecologica regionale è solo disegnata. La rete grigia delle infrastrutture invece ha
avuto ingenti finanziamenti tanto da indebitare la popolazione lombarda per decenni, ha
rotto connessioni ecologiche in territori estremamente delicati, creato danni irreparabili
all’agricoltura. L’infrastruttura verde ancora oggi si regge sul sistema delle aree protette e
dei parchi avviato 40 anni fa e via via indebolito dalla riduzione di risorse regionali e dalla
mancanza di una legge sul consumo di suolo. A causa di questa carenza legislativa le
aree protette sono spesso diventate un fortino di verde assediato da cemento e degrado
del territorio, e non sono state risparmiate anch’esse da varianti urbanistiche e dall’azione
deleteria delle infrastrutture stradali. Comunque i parchi regionali rappresentano
un’esperienza unica di valorizzazione della biodiversità e di pianificazione di area vasta,
ed hanno resistito alla riduzione di confini nonostante l’accanimento della Regione nel
cambiare in peggio la legge cercando di indebolirne tutele e prerogative. Ciò anche
perchè a resistere è stata la volontà delle persone e della comunità locali: esiste un
desiderio di tutela e ampliamento dei Parchi dimostrato dalla crescita esponenziale dei
PLIS e dalla ripresa di una politica di espansione dei territori protetti come avvenuto nel
Parco Adda Nord e come sta avvenendo al Parco delle Groane con l’annessione del PLIS
della Brughiera briantea.
E’ tempo di cambiare la gestione e il perimetro delle aree protette lombarde, e diciamo
subito a scanso equivoci che le superfici vanno allargate, creando nuove aree di
protezione soprattutto per le Alpi e il fiume Po, valorizzando i siti Natura2000 e la rete
Ecologica, coinvolgendo i PLIS nella riscrittura. Questo cambiamento deve avvenire con
un nuovo protagonismo dei territorio, con una nuova regia regionale ed entro un quadro
legislativo e pianificatorio che assuma il principio guida della tutela dei suoli liberi. Anni di
esperienza positiva ma anche di contraddizioni e di indebolimento del consenso politico
dei Parchi chiedono un consolidamento della pianificazione territoriale entro cui essi sono
chiamati non ad una supplenza, ma ad una forte funzione progettuale e gestionale,
consolidando il disegno della rete ecologica intesa come infrastruttura territoriale in grado
di sostenere anche programmi di sviluppo locale. La divisione amministrativa dei Parchi
regionali focalizzata sulla separazione politico istituzionale e sulla frammentazione
localista non è più idonea allo sviluppo di progettazioni di area vasta e al mantenimento
della biodiversità e degli habitat. E’ indispensabile un cambiamento che faccia tesoro della
storia di questi anni e crei le condizioni per un salto di qualità innovativo. Il cambiamento è
favorito dal ridisegno amministrativo che riguarda le Province, dalla nascita della Città
Metropolitana milanese, dalla ristrettezza e quindi dalla necessità di finalizzare le risorse
pubbliche, ma richiede anche una legge di tutela del suolo che ne prevenga ogni abuso, e
l’attivazione di processi di partecipazione locale e di partenariato che aiutino a impostare
progetti di sviluppo economico e sociale a base territoriale. Non dimentichiamo la
presenza di un maggiore protagonismo del settore agricolo più attento alla conservazione
delle risorse e del paesaggio: in definitiva i tempi sono maturi per avviare un processo di
cambiamento che coinvolga tutti i portatori di interesse e le istituzioni locali, una forza
capace di unificare, razionalizzare, finanziare e programmare. Ricetta che deve essere
valida anche per il parco dello Stelvio, ormai trasformato in uno spezzatino di aree
frammentate dai confini regionali grazie alle strumentalizzazioni della politica nazionale,
all’autoreferenzialità amministrativa delle province autonome del Trentino Alto Adige,
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all’inefficienza gestionale dell’Ente gestore e al disinteresse di Regione Lombardia. Qui la
sfida è molto più impegnativa, ma deve essere giocata nel segno auspicato dalla
Convenzione delle Alpi, che chiama proprio a quel superamento di confini amministrativi,
geografici e culturali che invece hanno fatto sentire tutto il loro peso nello sgretolamento
del più grande parco nazionale alpino.
Il nuovo disegno del sistema delle aree protette deve confermare l’impostazione avanzata
del disegno lombardo tracciato fin dalla legge regionale del 1983, in cui i Parchi naturali
contemplano aree vaste di tutela e sviluppo locale, ma l’infrastruttura verde deve
rispondere ai bisogni di conservazione della biodiversità, di produzione di cibo salubre, di
valorizzazione del paesaggio e di manutenzione del territorio, e le nuove aree devono
avere il compito di progettare, integrando i diversi aspetti e i diversi attori locali, azioni di
gestione integrata di sviluppo economico e di creazione di lavoro.
Il sistema deve ripartire dalle necessità dei territori e dell’ambiente, più che da
considerazioni di natura politico-amministrativa. Deve saper fare massa critica di
competenze tecniche e progettuali, semplificando la mappa dei (troppi) enti gestori, ma
infittendo e precisando la maglia delle tutele. Al centro del cambiamento è la
conservazione degli habitat e la scommessa che questa trasformazione possa avvenire
attraverso la partecipazione popolare, oggi più forte grazie alla consapevolezza diffusa del
valore dell’ambiente e del limite delle risorse naturali. Ma anche con la forte complicità
delle città e dei loro abitanti, che non possono prescindere dall’erogazione di quei servizi
ecosistemici senza i quali la qualità della vita diventa precaria anche per l’evidente
influenza dei cambiamenti climatici sugli equilibri urbani.
Mentre la politica istituzionale è tutta chiusa nel tentativo di trovare un’architettura
istituzionale all’ovvio e all’esistente, noi dobbiamo fare un salto di qualità che faccia
intravvedere il futuro delle aree protette all’interno di territori e comunità realmente
impegnate nello sviluppo locale, partendo dal paesaggio e dalle risorse naturali.
ACQUA: RISORSA ECONOMICA, MINACCIA O BENE DA GESTIRE?
La Direttiva quadro europea sulle acque impone a tutti i Paesi il raggiungimento
dell’obiettivo di qualità “buono” per tutti i corpi idrici entro il 2015. Una scadenza a cui
l’Italia e la Lombardia arrivano con grande ritardo. Ad oggi nella nostra regione meno di un
terzo dei corpi idrici raggiungerà entro la fine dell’anno il livello di qualità prescritto dall’UE,
tanto che la Regione ha dovuto per tempo correre ai ripari chiedendo deroghe a questi
obiettivi. Infatti solo il 27% dei fiumi, il 53% dei laghi e il 17% dei corpi idrici sotterranei
avranno raggiunto l’obiettivo “buono” per fine 2015. Tutti gli altri saranno rimandati al 2021
o al 2027.
La forte e generalizzata situazione di degrado delle acque lombarde deriva da criticità
storiche legate a caratteristiche territoriali e del tessuto socio-produttivo (elevati apporti
inquinanti da fonti puntuali e diffuse e non compatibili con la capacità autodepurativa dei
corpi idrici recettori; intenso sfruttamento delle risorse idriche; alterazione idromorfologica
dei corpi idrici e opere di regimazione delle acque) e all’incompleta attuazione del servizio
idrico integrato (mancata realizzazione di economie di scala, mancata programmazione di
interventi necessari a superare il gap infrastrutturale, livelli qualitativi di servizio
disomogenei). Ma anche da una generale insufficiente integrazione tra le pianificazioni
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settoriali regionali che hanno influenza sul sistema delle acque e dalla frammentazione
delle competenze tra i soggetti deputati allo sviluppo e all’attuazione delle pianificazioni.
Tutto ciò ha generato, oltre alle sanzioni comunitarie, una profonda e diffusa disillusione
sulla possibilità di “governare” il settore delle acque.
Per questo continuiamo a realizzare campagne ed iniziative dedicate all’acqua e al
monitoraggio dei casi più emblematici di inquinamento della nostra regione. Sotto le lenti
dell’associazione, ci sono i ‘grandi malati storici’: Olona, Seveso, Lambro e Mella, con i
loro affluenti, che fanno registrare concentrazioni di inquinanti ancora inaccettabili a causa
di scarichi selvaggi, collettori fognari insufficienti, depuratori e sfioratori malfunzionanti o
addirittura inesistenti. Ma anche i molti colatori e canali agricoli del Basso Cremonese e
Mantovano che, gravati da pesanti carichi di inquinamento di origine agrozootecnica,
causano il deterioramento delle acque del Po nel tratto da Cremona alla foce. Del territorio
lombardo fanno parte anche i cinque più grandi bacini lacustri italiani (Garda, Maggiore,
Como, Iseo e Lugano), oltre ai laghi minori che ogni anno la nostra Goletta cerca di
presidiare. E a questi si devono aggiungere i numerosi bacini artificiali destinati alla
produzione di energia elettrica, gli acquiferi sotterranei, importantissime riserve per
l’approvvigionamento idrico a scopo potabile, e il reticolo minore. Se c’è un elemento che
alla Lombardia non manca, questo è certo l’acqua.
Per quanto sia complesso dobbiamo continuare a monitorare questo reticolo idrico,
sviluppando una azione di stimolo degli enti territoriali al rispetto delle direttive comunitarie
e pressando l’ARPA affinché conduca azioni più sistematiche di monitoraggio e
soprattutto fornisca accesso tempestivo ai dati sulle acque, non solo quelli relativi alla loro
qualità, ma anche quelli relativi alle portate. Negli ultimi decenni, l’alterazione del regime
pluviometrico in termini di distribuzione, durata e intensità delle precipitazioni meteoriche,
in concomitanza anche con l’incremento complessivo delle temperature e la maggiore
intensità e frequenza degli eventi climatici estremi, ha determinato una generale scarsità
delle risorse disponibili, che è, e potrà essere sempre più, causa di rapporti conflittuali fra i
diversi utilizzatori della risorsa. E’ un esempio lampante quanto accade ogni anno sul
Ticino, dove si confrontano e si scontrano gli operatori turistici svizzeri e lombardi, il Parco
del Ticino, i pescatori, i produttori di energie e gli agricoltori.
Acqua preziosa per città intelligenti
La vulnerabilità di un territorio, di una città o di un paese, dipende non solo dagli eventi
meteorici, per quanto violenti e improvvisi, ma anche e principalmente dalla qualità del
costruito.
Impermeabilizzare suolo, interrompere il reticolo idrico minore, dimenticarsi di
dimensionare le reti scolanti e comprimere i fiumi può diventare molto pericoloso per tutti i
centri abitati. Di fronte ad eventi meteorici intensi ed esondazioni sempre più frequenti,
bisogna ripensare la gestione dell’acqua in ambito urbano. E questo si può ottenere solo
pianificando e progettando il centro abitato secondo modalità e tecniche innovative che
partono dalla scala dell’edificio per passare a quella del quartiere fino a quella
metropolitana e di bacino. Trasformare una città è ovviamente una sfida impegnativa e di
lungo periodo. Ma questa sfida deve essere vista sotto una luce positiva: vuol dire
progettazione, lavoro, innovazione tecnologica, sperimentazione. Da anni denunciamo il
grave ritardo dell’infrastruttura idrica lombarda: a mancarci non sono solo fogne e
depuratori, ma anche infrastrutture e spazi progettati per la gestione delle acque di
pioggia, interventi per il ripristino delle condizioni naturali di deflusso dei corsi d’acqua e
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per la gestione in sicurezza del territorio urbano. Un settore potenzialmente in grado di
mettere in moto importanti economie, ma anche una forte innovazione tecnologica e
progettuale. Alla politica la nostra associazione chiede di attivare gli investimenti
necessari a sanare questo gap, mettendo a punto strumenti finanziari per mobilitare le
notevoli risorse, pubbliche e private, necessarie allo scopo.
IL CORPO ASSOCIATIVO DI LEGAMBIENTE IN LOMBARDIA
Siamo diffusi in tutta la Lombardia, la presenza territoriale è l’anima della nostra pratica
politica, della nostra relazione con i bisogni delle persone e delle comunità. Abbiamo
imparato a parlare i linguaggi dei diversi territori portando in rilievo i bisogni di ambiente e
di sviluppo sostenibile. Il nostro è un impegno volontario, costante, assiduo, attento e
paziente. La Legambiente produce un impegno associativo che è guardato con stima e
attenzione. E’ sempre meglio avere Legambiente al proprio lato piuttosto che contro,
siamo vissuti positivamente perché mettiamo al centro gli interessi delle persone e della
loro qualità di vita. Così in questi anni abbiamo saputo mantenere viva la forza di Circoli
che crescono autonomi e sono capaci di fare rete, di impensierire politici irrispettosi della
qualità del nostro territorio e dei processi di partecipazione.
La partecipazione e l’impegno sono la nostra caratteristica capace di attrarre giovani e
persone sensibili alla cura del locale senza perdere il riferimento al globale e ai processi
climatici che ricadono sul pianeta. Siamo una rete attenta, autonoma e libera. E’ proprio la
libertà vissuta nella responsabilità la nostra caratteristica, la capacità di affrontare i
problemi in modo scientifico senza mai eludere la passione umana, i bisogni comunitari e
il cuore. Senza il cuore non si cambia, non si crea l’occasione per partecipare e vedere il
futuro, avendo la consapevolezza che partiamo dall’imperfetto.
Oggi questa positività dei Circoli locali ci ha permesso di mantenere una struttura
regionale di coordinamento che si sostiene grazie a una attività d’impresa sociale che
radica i suoi progetti nel territorio e nelle sue contraddizioni sia ambientali che sociali.
Produciamo lavoro mantenendo un livello di libertà che garantisce forza e autonomia della
nostra azione. Da due anni il coordinamento regionale è diventato a tutti gli effetti
proprietà dei Circoli attraverso il cambiamento statutario che tra le altre cose ci ha
permesso il riconoscimento giuridico da parte di Regione Lombardia.
Sicuramente la sfida è il mantenimento di questa presenza e la crescita di relazioni e
capacità di azione. Dobbiamo essere capaci di mettere in rete la nostra esperienza,
ringiovanire le responsabilità locali, troppo spesso il gruppo locale si mantiene per anni ed
è restio all’accoglienza di nuove persone con le loro esperienze. Bisogna essere capaci di
aprire le porte dell’associazione accettando la sfida della partecipazione e della diversità,
solo così sapremo offrire alle comunità locali una vera occasione di cambiamento e
condivisione. Siamo consapevoli che la ricaduta locale della sinergia tra coordinamento
regionale e Circoli è la nostra vera forza, ma oggi molte realtà locali sono capaci di
produrre una responsabilità generale che dobbiamo estendere a livello regionale e
rendere capace di coesione.
Non siamo solo una associazione ambientalista ma anche una associazione di solidarietà
sociale, capace di aderire a reti che si occupano di nonviolenza e pace, accoglienza dei
migranti e ospitalità per i meno abbienti. Questa visione popolare dell’ambientalismo ci
XI CONGRESSO LEGAMBIENTE LOMBARDIA ONLUS
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permette di interloquire con realtà diverse del terzo settore mantenendo una piena
autonomia dalla politica istituzionale e dai partiti anche quando segnaliamo la positività di
un programma o di un candidato. Anche la partecipazione alla Fondazione Triulza, che ha
permesso al terzo settore di essere presente per la prima volta in una esposizione
universale, ha garantito una autonomia di giudizio rispetto ai temi dell’evento e alle sue
future ricadute sulla città di Milano e sull’intera comunità della nostra regione. Non saremo
sazi di azione e condivisione sino a quando il mondo non cambierà in meglio, grazie a noi,
a tanti amici e amiche, a tante associazioni e realtà locali, cooperative ed esperienze
sociali.
Un poco di mondo è già cambiato in meglio e noi con lui, molto rimane da fare: con questo
congresso regionale rinnoviamo il nostro patto associativo e le nostre responsabilità,
consapevoli che partiamo dall’imperfetto del presente, con tutte le sue contraddizioni, per
esprimere una visione realistica e concreta di un futuro desiderabile.
Milano, ottobre 2015

Rassegna Stampa

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