Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Amministratore (del 30/12/2008 @ 17:30:00, in Home page, linkato 1132 volte)
Sono disponibili, nella sezione Newsletter, tutte le Newsletter di Sarneghera del 2008
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Di Amministratore (del 24/12/2008 @ 14:02:54, in Home page, linkato 1072 volte)
IL PRESIDENTE E I CONSIGLIERI AUGURANO A TUTTI I SOCI E SIMPATIZZANTI BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:28:18, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1172 volte)
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:28:15, in Discorsi 'speciali ' sulle politiche ambientali, linkato 1738 volte)
Art. 1. La Natura, o Pachamama, dove la vita si riproduce ed esiste, ha il diritto di esistere, persistere, mantenere e rigenerare i propri cicli vitali, la propria struttura, le proprie funzioni ed i propri processi in seno all’evoluzione. Ogni persona, popolo, comunità o nazione, avrà la facoltà di chiedere il riconoscimento dei diritti della natura davanti agli organismi pubblici. L’applicazione e l’interpretazione di questi diritti seguirà i principi relativi sanciti dalla Costituzione.

Art. 2. La Natura gode del diritto di ripristino integrale. Questo ripristino integrale é indipendente dagli obblighi sulle persone fisiche e giuridiche o dello Stato per indennizzare il popolo o le collettività che dipendono dai sistemi naturali. Nei casi di impatto ambientale grave o irreversibile, lo Stato attuerà i meccanismi più efficienti per il ripristino, inclusi quelli provocati dallo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, e adotterà le misure adeguate per eliminare o mitigare le conseguenze ambientali dannose.

Art. 3. Lo Stato motiverà le persone fisiche e giuridiche al pari delle collettività per proteggere la natura; promuoverà il rispetto nei confronti degli elementi che formano un ecosistema.

Art. 4. Lo Stato attuerà ogni misura cautelativa e restrittiva in tutte le attività che possono condurre all’estinzione delle specie, la distruzione degli ecosistemi o l’alterazione permanente dei cicli naturali. É proibita l’introduzione di organismi e materiale organico e inorganico che può alterare in maniera definitiva il patrimonio genetico nazionale.

Art. 5. Le persone, il popolo, le comunità e le nazioni avranno il diritto di trarre benefici dall’ambiente e di creare benessere naturale che condurrà a uno stato di benessere.
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:28:10, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1104 volte)
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:28:00, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1109 volte)
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:27:10, in Orobie Vive, linkato 1243 volte)
La società Tofane Marmolada costretta a risarcire la Provincia di Belluno di 100.000 euro per aver trasformato la Marmolada in una discarica.

Nelle estati 1989 e 1990 l’associazione Mountain Wilderness organizzava i campi di pulizia della Marmolada con sede in Rocca Pietore e nelle valli di Franzedas e Val Ombretta, presso il rifugio Falier.
In pochi giorni di lavoro i volontari della associazione raccoglievano tonnellate di rifiuti, lamiere, bidoni di olii esausti, corde metalliche che venivano gettati nel vuoto della parete Sud della Regina delle Dolomiti dai gestori della funivia che da Malga Ciapèla sale a Punta Rocca.
I nostri amici alpinisti, Reinhold Messner, Alessandro Gogna, Maurizio Giordani, tutti particolarmente legati alla Marmolada, salivano poi la via Ideale trovandola oscenamente imbrattata dagli scarichi fognari e di olii della funivia.
Non solo, i nostri alpinisti assieme ad altri attivisti, scendevano nei crepacci del canalone del Gigio (vallone di Antermoia) e trovavano anche a quelle quote i seracchi usati come discariche con contenuti inverosimili: si venne anche a scoprire che la società, per coprire i seracchi del ghiacciaio e permettere lo sci estivo, versava nei crepacci polistirolo espanso.
Oltre a ripulire il ghiacciaio e la parete Sud i volontari di Mountain Wilderness denunciavano la società. Nel processo il pretore Antera Addamiano condannò per l’inquinamento Bruno Vascellari, oggi scomparso e Leo Olivotto a nove mesi di arresto e al risarcimento dei danni in separata sede.
Era il 30 gennaio 1991. In appello, il 15 novembre 1994, la condanna fu prescritta, ma i giudici di Venezia confermarono la responsabilità civile degli imputati e così fece di seguito la Cassazione.
Nel procedimento civile per la quantificazione del danno si è arrivati alla sentenza che nulla risarcisce alla provincia autonoma di Trento (l’inquinamento denunciato allora riguardava il versante bellunese), ma ha portato in questi giorni il magistrato Gabriella Zanon ad imporre un risarcimento alla provincia di Belluno di 100.000 euro, una causa civile ora definitivamente chiusa con la sentenza della Cassazione.
A pagare saranno gli eredi, Leo Olivotto e il presidente della società Mario Vascellari, tramite le loro assicurazioni. Dovranno anche pagare le spese processuali quantificate in 16.000 euro.
E’ una vittoria di tenacia e convinzione di Mountain Wilderness, associazione che assieme al CAI locale, alla società stessa, alla Provincia Autonoma di Trento ha lavorato fra il 2001 e il 2007 alla pulizia integrale del ghiacciaio della Marmolada.

Per Mountain Wilderness Luigi Casanova
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:27:01, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1091 volte)
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:20:30, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1125 volte)
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Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:19:50, in Orobie Vive, linkato 1426 volte)
Spettabile redazione de “L’Eco di Bergamo”,

sono un’abbonata e vi scrivo in merito alla questione del comprensorio sciistico Lizzola, Colere, Spiazzi, dopo aver letto gli articoli pubblicati oggi, 28 ottobre, sul vostro giornale.
Sono un’ex maestra elementare; ho sempre cercato in oltre trent’anni di lavoro con i bambini, presso alcune scuole della Valle Seriana, di farli interessare ed appassionare al loro territorio, attraverso lo studio, le uscite sistematiche e mirate, l’attività della ricerca, la conoscenza diretta del territorio stesso ed il recupero della memoria storica delle persone che lo abitano e lo hanno abitato.
Uno degli obiettivi fondamentali nel mio lavoro è sempre stato l’educare al rispetto del proprio ambiente e dei suoi elementi essenziali.
Non ho certo mai pensato che “la formazione dei ragazzi, fin dalle elementari, potesse essere indirizzata al turismo”, come afferma una delle insegnati da voi intervistate.
Sono convinta che il progetto del comprensorio sciistico non possa portare grandi ricchezze alla gente che vive nei paesi montani, secondo me arrecherà solo gravi devastazioni ad un territorio di notevole pregio ambientale e favorirà nuovi insediamenti di seconde case, del resto chiuse per dieci mesi all’anno.
Quanti sono i giovani, tra quelli che ancora abitano a Gromo o a Lizzola, per fare esempi di luoghi dove funzionano impianti di sci da diversi anni, che hanno trovato un’occupazione nei loro paesi? Parlo degli stessi paesi, in cui i padri di questi giovani ormai vendono ( o svendono?) quei terreni che una volta offrivano risorse e lavoro a nonni e bisnonni.
La memoria di queste antiche fatiche ormai si è persa, come si è perso il ricordo di imprese finite male, come quella degli impianti sciistici di Valcanale, dismessi da oltre undici anni. Restano nei boschi lassù le vistose cicatrici dei tracciati delle piste, incombono i piloni scheletrici di seggiovie e skilift, ma rimane pure la disillusione della gente del luogo; i giovani rimasti in paese ogni giorno fanno il pendolare per recarsi a scuola o al lavoro.
Leggo da un volantino distribuito in alta valle che, riguardo al progetto del comprensorio, non sono stati quantificati i costi di esercizio e non sono stati preventivati i possibili ricavi, rispetto ad una spesa di oltre 60 milioni di euro.
Dal vostro giornale leggo oggi che il preventivo è stato ridotto, pur di sviluppare ulteriormente e rimettere in moto da subito l’industria del turismo bianco! Ma non sarebbe doveroso e sensato, prima di spendere i soldi di tutti noi, fare con oculatezza i calcoli dei rientri economici, anche sulla base dei costi dell’impatto ambientale? Nasce facilmente la supposizione che tale progetto sia uno sperpero di denaro pubblico in funzione solo di interessi e profitti di pochi (politici e imprenditori).
I soldi pubblici secondo me andrebbero spesi in progetti e in “buone pratiche” che realmente valorizzino il territorio montano ed arginino la fuga dei giovani da questo. Ad esempio: si potrebbero spendere risorse e denari per la creazione, in loco, di scuole e corsi professionali (agricoltori, allevatori, produttori di latticini, boscaioli, falegnami…), che permettano ai ragazzi ed alle ragazze di imparare un mestiere, recuperando attività, competenze e strutture lavorative tradizionali ed utilizzando risorse locali (prati, pascoli in quota, boschi, corsi d’acqua…); offrire opportunità di lavoro e iniziative d’incontro che diano motivi per ridare valore ai beni ambientali, ma anche culturali, del proprio territorio, senza essere costretti all’unica prospettiva del pendolare del mattone e dello sballo in discoteca. Si potrebbe pensare a scuole ad indirizzo turistico che, non sfornino soltanto albergatori, baristi o cuochi, ma formino, ad esempio, guide esperte nella conoscenza del territorio e preparate ad un approccio corretto allo stesso.
Ed ancora: si può progettare il recupero di strutture dismesse, quali colonie abbandonate, alberghi ormai chiusi oppure certe seconde case, per proporre un turismo non invasivo e vivibile nell’arco di tutto l’anno. Ed ancora: si può pensare al potenziamento e alla valorizzazione, e non solo commerciale, dei prodotti locali ( formaggi, ortaggi, erbe commestibili e medicinali), incentivando anche chi, con fatica e a volte nell’isolamento, da noi si dedica alla coltura biologica o chi ancora pratica l’antico mestiere del ”bergamì”; si può pensare al recupero dell’economia del bosco e dei pascoli… Mi capita spesso, insieme al mio compagno, di camminare sulle montagne in questione, di vagolare e perdermi con lui fuori dai sentieri tracciati ed infine percorrere il sentiero del ritorno al buio. Ogni volta la bellezza di quegli ambienti, il loro silenzio, quegli spazi liberi, mi fanno sentire ancora un essere umano insieme agli altri esseri viventi; una forma di autoterapia, in questa società del cemento, della crescita dissennata e del profitto.
E gli articoli sopra citati de “l’Eco di Bergamo” relativi al comprensorio, secondo me alimentano e legittimano l’idea della crescita senza limiti e del progresso, orientando palesemente l’opinione pubblica ( i vostri 50.000 lettori giornalieri!) verso la bontà di un progetto, servendosi strumentalmente di interviste “fatte al bar”… Recentemente ho percorso a piedi gli sconvolgenti tracciati della cosiddetta “pista del sole”, sopra Lizzola.
Leggo sul vostro giornale che i responsabili del Parco delle Orobie hanno dato il loro consenso al progetto in questione: perché essi non fanno lì i loro sopralluoghi, insieme ai consiglieri provinciali? Si renderebbero conto di persona dello scempio di una pista larga in alcuni punti otto - nove metri, ricavata sbancando la roccia dei pendii del Monte Sponda Vaga, in un ambiente che è stato usato con equilibrio e rispettato per secoli e secoli dall’uomo, fino allo scorso anno.
Vedrebbero con i loro occhi uno dei piloni della seggiovia impiantato ad un paio di metri di distanza dalla caratteristica baita Alta di Vigna Vaga, costruita pietra su pietra con maestria alla fine del 1700, scegliendo con sapienza un punto ben esposto al sole e riparato da eventuali valanghe.
Nella stessa baita potrebbero ancora ammirare uno splendido focolare annerito dai mille fuochi, accesi nel tempo, per la cagliata nel pentolone, una volta appeso alla “sigogna”, la quale purtroppo ora non c’è più, la si può soltanto immaginare… E’ evidente anche ad una persona incompetente come me, che non si tratta di soli “quattro pali, quattro seggiole, quattro bulloni da eventualmente sbullonare, nel caso gli impianti non dovessero andare bene”, come Mario Merelli afferma nell’intervista da voi pubblicata!!
Secondo me la montagna non deve essere usata e consumata come fosse un lunapark dei divertimenti, è invece un bene comune prezioso per tutti, da restituire in modo responsabile a chi verrà dopo di noi. Come insegnante, sento molto questa responsabilità nei confronti di chi in futuro si potrebbe chiedere “ma chi ha permesso tutto questo?” È possibile anche solo dire che io non sono d’accordo!? Ringrazio vivamente dell’attenzione.
Spero che questa mia lettera trovi spazio sul vostro giornale e non sia cestinata, come invece è successo per alcuni miei scritti al vostro giornale, inviati in precedenza.
Cordiali saluti

Vanna Perini
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