Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:28:15, in Discorsi 'speciali ' sulle politiche ambientali, linkato 1728 volte)
Art. 1. La Natura, o Pachamama, dove la vita si riproduce ed esiste, ha il diritto di esistere, persistere, mantenere e rigenerare i propri cicli vitali, la propria struttura, le proprie funzioni ed i propri processi in seno all’evoluzione. Ogni persona, popolo, comunità o nazione, avrà la facoltà di chiedere il riconoscimento dei diritti della natura davanti agli organismi pubblici. L’applicazione e l’interpretazione di questi diritti seguirà i principi relativi sanciti dalla Costituzione.

Art. 2. La Natura gode del diritto di ripristino integrale. Questo ripristino integrale é indipendente dagli obblighi sulle persone fisiche e giuridiche o dello Stato per indennizzare il popolo o le collettività che dipendono dai sistemi naturali. Nei casi di impatto ambientale grave o irreversibile, lo Stato attuerà i meccanismi più efficienti per il ripristino, inclusi quelli provocati dallo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, e adotterà le misure adeguate per eliminare o mitigare le conseguenze ambientali dannose.

Art. 3. Lo Stato motiverà le persone fisiche e giuridiche al pari delle collettività per proteggere la natura; promuoverà il rispetto nei confronti degli elementi che formano un ecosistema.

Art. 4. Lo Stato attuerà ogni misura cautelativa e restrittiva in tutte le attività che possono condurre all’estinzione delle specie, la distruzione degli ecosistemi o l’alterazione permanente dei cicli naturali. É proibita l’introduzione di organismi e materiale organico e inorganico che può alterare in maniera definitiva il patrimonio genetico nazionale.

Art. 5. Le persone, il popolo, le comunità e le nazioni avranno il diritto di trarre benefici dall’ambiente e di creare benessere naturale che condurrà a uno stato di benessere.
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:28:10, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1097 volte)
Vedi allegato
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:28:00, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1100 volte)
Vedi allegato
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:27:10, in Orobie Vive, linkato 1225 volte)
La società Tofane Marmolada costretta a risarcire la Provincia di Belluno di 100.000 euro per aver trasformato la Marmolada in una discarica.

Nelle estati 1989 e 1990 l’associazione Mountain Wilderness organizzava i campi di pulizia della Marmolada con sede in Rocca Pietore e nelle valli di Franzedas e Val Ombretta, presso il rifugio Falier.
In pochi giorni di lavoro i volontari della associazione raccoglievano tonnellate di rifiuti, lamiere, bidoni di olii esausti, corde metalliche che venivano gettati nel vuoto della parete Sud della Regina delle Dolomiti dai gestori della funivia che da Malga Ciapèla sale a Punta Rocca.
I nostri amici alpinisti, Reinhold Messner, Alessandro Gogna, Maurizio Giordani, tutti particolarmente legati alla Marmolada, salivano poi la via Ideale trovandola oscenamente imbrattata dagli scarichi fognari e di olii della funivia.
Non solo, i nostri alpinisti assieme ad altri attivisti, scendevano nei crepacci del canalone del Gigio (vallone di Antermoia) e trovavano anche a quelle quote i seracchi usati come discariche con contenuti inverosimili: si venne anche a scoprire che la società, per coprire i seracchi del ghiacciaio e permettere lo sci estivo, versava nei crepacci polistirolo espanso.
Oltre a ripulire il ghiacciaio e la parete Sud i volontari di Mountain Wilderness denunciavano la società. Nel processo il pretore Antera Addamiano condannò per l’inquinamento Bruno Vascellari, oggi scomparso e Leo Olivotto a nove mesi di arresto e al risarcimento dei danni in separata sede.
Era il 30 gennaio 1991. In appello, il 15 novembre 1994, la condanna fu prescritta, ma i giudici di Venezia confermarono la responsabilità civile degli imputati e così fece di seguito la Cassazione.
Nel procedimento civile per la quantificazione del danno si è arrivati alla sentenza che nulla risarcisce alla provincia autonoma di Trento (l’inquinamento denunciato allora riguardava il versante bellunese), ma ha portato in questi giorni il magistrato Gabriella Zanon ad imporre un risarcimento alla provincia di Belluno di 100.000 euro, una causa civile ora definitivamente chiusa con la sentenza della Cassazione.
A pagare saranno gli eredi, Leo Olivotto e il presidente della società Mario Vascellari, tramite le loro assicurazioni. Dovranno anche pagare le spese processuali quantificate in 16.000 euro.
E’ una vittoria di tenacia e convinzione di Mountain Wilderness, associazione che assieme al CAI locale, alla società stessa, alla Provincia Autonoma di Trento ha lavorato fra il 2001 e il 2007 alla pulizia integrale del ghiacciaio della Marmolada.

Per Mountain Wilderness Luigi Casanova
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:27:01, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1083 volte)
Vedi allegato
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:20:30, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 1114 volte)
Vedi allegato
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:19:50, in Orobie Vive, linkato 1421 volte)
Spettabile redazione de “L’Eco di Bergamo”,

sono un’abbonata e vi scrivo in merito alla questione del comprensorio sciistico Lizzola, Colere, Spiazzi, dopo aver letto gli articoli pubblicati oggi, 28 ottobre, sul vostro giornale.
Sono un’ex maestra elementare; ho sempre cercato in oltre trent’anni di lavoro con i bambini, presso alcune scuole della Valle Seriana, di farli interessare ed appassionare al loro territorio, attraverso lo studio, le uscite sistematiche e mirate, l’attività della ricerca, la conoscenza diretta del territorio stesso ed il recupero della memoria storica delle persone che lo abitano e lo hanno abitato.
Uno degli obiettivi fondamentali nel mio lavoro è sempre stato l’educare al rispetto del proprio ambiente e dei suoi elementi essenziali.
Non ho certo mai pensato che “la formazione dei ragazzi, fin dalle elementari, potesse essere indirizzata al turismo”, come afferma una delle insegnati da voi intervistate.
Sono convinta che il progetto del comprensorio sciistico non possa portare grandi ricchezze alla gente che vive nei paesi montani, secondo me arrecherà solo gravi devastazioni ad un territorio di notevole pregio ambientale e favorirà nuovi insediamenti di seconde case, del resto chiuse per dieci mesi all’anno.
Quanti sono i giovani, tra quelli che ancora abitano a Gromo o a Lizzola, per fare esempi di luoghi dove funzionano impianti di sci da diversi anni, che hanno trovato un’occupazione nei loro paesi? Parlo degli stessi paesi, in cui i padri di questi giovani ormai vendono ( o svendono?) quei terreni che una volta offrivano risorse e lavoro a nonni e bisnonni.
La memoria di queste antiche fatiche ormai si è persa, come si è perso il ricordo di imprese finite male, come quella degli impianti sciistici di Valcanale, dismessi da oltre undici anni. Restano nei boschi lassù le vistose cicatrici dei tracciati delle piste, incombono i piloni scheletrici di seggiovie e skilift, ma rimane pure la disillusione della gente del luogo; i giovani rimasti in paese ogni giorno fanno il pendolare per recarsi a scuola o al lavoro.
Leggo da un volantino distribuito in alta valle che, riguardo al progetto del comprensorio, non sono stati quantificati i costi di esercizio e non sono stati preventivati i possibili ricavi, rispetto ad una spesa di oltre 60 milioni di euro.
Dal vostro giornale leggo oggi che il preventivo è stato ridotto, pur di sviluppare ulteriormente e rimettere in moto da subito l’industria del turismo bianco! Ma non sarebbe doveroso e sensato, prima di spendere i soldi di tutti noi, fare con oculatezza i calcoli dei rientri economici, anche sulla base dei costi dell’impatto ambientale? Nasce facilmente la supposizione che tale progetto sia uno sperpero di denaro pubblico in funzione solo di interessi e profitti di pochi (politici e imprenditori).
I soldi pubblici secondo me andrebbero spesi in progetti e in “buone pratiche” che realmente valorizzino il territorio montano ed arginino la fuga dei giovani da questo. Ad esempio: si potrebbero spendere risorse e denari per la creazione, in loco, di scuole e corsi professionali (agricoltori, allevatori, produttori di latticini, boscaioli, falegnami…), che permettano ai ragazzi ed alle ragazze di imparare un mestiere, recuperando attività, competenze e strutture lavorative tradizionali ed utilizzando risorse locali (prati, pascoli in quota, boschi, corsi d’acqua…); offrire opportunità di lavoro e iniziative d’incontro che diano motivi per ridare valore ai beni ambientali, ma anche culturali, del proprio territorio, senza essere costretti all’unica prospettiva del pendolare del mattone e dello sballo in discoteca. Si potrebbe pensare a scuole ad indirizzo turistico che, non sfornino soltanto albergatori, baristi o cuochi, ma formino, ad esempio, guide esperte nella conoscenza del territorio e preparate ad un approccio corretto allo stesso.
Ed ancora: si può progettare il recupero di strutture dismesse, quali colonie abbandonate, alberghi ormai chiusi oppure certe seconde case, per proporre un turismo non invasivo e vivibile nell’arco di tutto l’anno. Ed ancora: si può pensare al potenziamento e alla valorizzazione, e non solo commerciale, dei prodotti locali ( formaggi, ortaggi, erbe commestibili e medicinali), incentivando anche chi, con fatica e a volte nell’isolamento, da noi si dedica alla coltura biologica o chi ancora pratica l’antico mestiere del ”bergamì”; si può pensare al recupero dell’economia del bosco e dei pascoli… Mi capita spesso, insieme al mio compagno, di camminare sulle montagne in questione, di vagolare e perdermi con lui fuori dai sentieri tracciati ed infine percorrere il sentiero del ritorno al buio. Ogni volta la bellezza di quegli ambienti, il loro silenzio, quegli spazi liberi, mi fanno sentire ancora un essere umano insieme agli altri esseri viventi; una forma di autoterapia, in questa società del cemento, della crescita dissennata e del profitto.
E gli articoli sopra citati de “l’Eco di Bergamo” relativi al comprensorio, secondo me alimentano e legittimano l’idea della crescita senza limiti e del progresso, orientando palesemente l’opinione pubblica ( i vostri 50.000 lettori giornalieri!) verso la bontà di un progetto, servendosi strumentalmente di interviste “fatte al bar”… Recentemente ho percorso a piedi gli sconvolgenti tracciati della cosiddetta “pista del sole”, sopra Lizzola.
Leggo sul vostro giornale che i responsabili del Parco delle Orobie hanno dato il loro consenso al progetto in questione: perché essi non fanno lì i loro sopralluoghi, insieme ai consiglieri provinciali? Si renderebbero conto di persona dello scempio di una pista larga in alcuni punti otto - nove metri, ricavata sbancando la roccia dei pendii del Monte Sponda Vaga, in un ambiente che è stato usato con equilibrio e rispettato per secoli e secoli dall’uomo, fino allo scorso anno.
Vedrebbero con i loro occhi uno dei piloni della seggiovia impiantato ad un paio di metri di distanza dalla caratteristica baita Alta di Vigna Vaga, costruita pietra su pietra con maestria alla fine del 1700, scegliendo con sapienza un punto ben esposto al sole e riparato da eventuali valanghe.
Nella stessa baita potrebbero ancora ammirare uno splendido focolare annerito dai mille fuochi, accesi nel tempo, per la cagliata nel pentolone, una volta appeso alla “sigogna”, la quale purtroppo ora non c’è più, la si può soltanto immaginare… E’ evidente anche ad una persona incompetente come me, che non si tratta di soli “quattro pali, quattro seggiole, quattro bulloni da eventualmente sbullonare, nel caso gli impianti non dovessero andare bene”, come Mario Merelli afferma nell’intervista da voi pubblicata!!
Secondo me la montagna non deve essere usata e consumata come fosse un lunapark dei divertimenti, è invece un bene comune prezioso per tutti, da restituire in modo responsabile a chi verrà dopo di noi. Come insegnante, sento molto questa responsabilità nei confronti di chi in futuro si potrebbe chiedere “ma chi ha permesso tutto questo?” È possibile anche solo dire che io non sono d’accordo!? Ringrazio vivamente dell’attenzione.
Spero che questa mia lettera trovi spazio sul vostro giornale e non sia cestinata, come invece è successo per alcuni miei scritti al vostro giornale, inviati in precedenza.
Cordiali saluti

Vanna Perini
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:19:43, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 878 volte)
Vedi allegato
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:19:01, in Orobie Vive, linkato 825 volte)
E’ curioso che non possa essere qui tra voi perché il mio giornale mi ha spedito a occuparmi di montagna.
Questa mia diserzione è figlia della stessa emergenza che sarà sul tavolo dei vostri lavori. Devo vedere cosa accadrà quando la scure dei tagli pubblici si abbatterà sulle ultime scuole lasciate a presidio delle valli più lontane e spopolate. Lo dico con dolore.
Per l’ennesima volta devo monitorare un abbandono di terre alte che apre la strada ai… cinghiali, al degrado e al saccheggio delle risorse. Il mio disappunto per non essere qui a Predazzo è attenuato – ma solo in piccola parte - da questa mia “chiamata alle armi” a difesa dei territori di cui - oggi qui - vi occupate.
Questa mia non è una semplice lettera formale di scusa per un’assenza. E’ qualcosa di più. E’ un’invettiva contro il degrado della montagna di cui vorrei che il Cai tenesse conto, e quindi vorrei fosse considerato un intervento a tutti gli effetti. Ritengo che i lavori sulla Tutela ambientale debbano essere prioritari su qualsiasi altra discussione, tale è l’emergenza che ci troviamo a fronteggiare. Tutto il resto – reclutamento soci, cultura, manifestazioni - sono quisquilie rispetto alla trasformazione biblica cui stiamo assistendo e che la civiltà dello spreco fa di tutto per non farci vedere nella sua reale gravità.

Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e non devono tutelare se stessi per costruirsi serre riscaldate, ma esporsi in prima linea – nel vento forte - per tutelare coraggiosamente il loro Paese, il nostro Paese, senza guardare in faccia nessun Governo, nessun colore politico, nessuna confraternita di pressione economica o politica.
Vorrei che il Cai sapesse di essere una lobby e di avere una massa critica e una capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che esso può esercitare, se necessario, platealmente, facendosi sentire con iniziative clamorose sotto il portone del Palazzo. Non ci sono più alibi per defilarsi.
Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Da adolescente ho sognato le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, e talvolta, inseguendo questo eroismo ho rischiato la vita da incosciente. Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le sentinelle della Nazione.
Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie aperte in Pale di San Martino, Gruppo dell’Agner, Dolomiti della Sinistra Piave. A trent’anni ho lasciato l’arrampicata, quando ho messo su famiglia, ma ho continuato a frequentare la montagna con occhio attento alle sue genti e al suo habitat.
Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista e scrittore, continuando a percorrerla in silenzio, e più la percorrevo, più aumentava la mia insofferenza per certo alpinismo – ginnico, narciso e dunque infantile - che puntava all’estremo ignorando tutto ciò che circondava lo strapiombante itinerario verso la vetta. Tutto, a partire dagli uomini.
Essi non vedevano l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi vergini, la cementificazione degli altopiani, la costruzione di impianti di risalita nel cuore di parchi naturali.Non reagivano allo smantellamento del paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare.

Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri. Ne ho tratto un racconto a puntate uscito in 23 puntate su “la Repubblica”, una pagina al giorno.
Il Grande Male che ci mina dall’interno era visibile ovunque, nel prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia, erano stati così spaventosamente vuoti. Il loro simbolo era il Piave, teoricamente sacro alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, un greto allucinante spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont.
Non esiste in Europa un Paese con i fiumi nello stato pietoso di quelli italiani. Le nostre acque non mormorano più, sulle nostre valli scende una cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini - è costruito perché non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti.

L’opinione pubblica italiana dorme, sta a noi svegliarla. Sta a noi, innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse.
Una notissima multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue sorgenti libere della Val Tellina con la scusa di preservare una risorsa preziosa.
Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi che si chiama innevamento artificiale.
Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma tutti – anche i citrulli – sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa, programma seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente.

Ma la grande scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di reportage. Ho scoperto un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte.
Un’Italia minore, dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge servirà solo a sdoganare il saccheggio.
Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità.La pastorizia, cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza del Paese.

Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense.

Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza.La montagna da sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se stessa.

Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella finanza, nell’economia e nella politica del Paese.
Per batterlo serve un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando, crittografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio appena unificato.L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria.

E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non andranno più in letargo.
Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono vissuti per millenni.
Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di non aver fatto niente per impedirlo?

Paolo Rumiz "
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Amministratore (del 21/12/2008 @ 08:18:40, in Newsletter Sarneghera 2008, linkato 941 volte)
Vedi allegato
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Cerca per parola chiave
 

< settembre 2019 >
L
M
M
G
V
S
D
      
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
           

Titolo
Newsletter Sarneghera 2018 (1)
Calendario 2009 Accademia di Belle Arti Tadini (1)
Direttivo Legambiente Alto Sebino (7)
Discorsi 'speciali ' sulle politiche ambientali (12)
Energie rinnovabili (1)
Festambiente Laghi 2013 (3)
Festambiente Laghi 2018 (5)
Home page (103)
Iniziative Molo15 (2)
Iniziative Museo Civico di Lovere (16)
Menifestazioni ed eventi (78)
Newsletter Sarneghera 2008 (36)
Newsletter Sarneghera 2009 (21)
Newsletter Sarneghera 2010 (18)
Newsletter Sarneghera 2011 (18)
Newsletter Sarneghera 2012 (11)
Newsletter Sarneghera 2013 (9)
Newsletter Sarneghera 2014 (18)
Newsletter Sarneghera 2015 (10)
Newsletter Sarneghera 2016 (5)
Newsletter Sarneghera 2017 (5)
Newsletter Sarneghera 2018 (8)
Newsletter Sarneghera 2019 (9)
NUCLEARE? NO GRAZIE! (5)
Orobie Vive (17)
Proposte Seb1 (6)
SEB-1 (3)
Sentiero delle gole della val Borlezza (2)
Z-Privacy e Policy (1)

Catalogati per mese:
Gennaio 2008
Febbraio 2008
Marzo 2008
Aprile 2008
Maggio 2008
Giugno 2008
Luglio 2008
Agosto 2008
Settembre 2008
Ottobre 2008
Novembre 2008
Dicembre 2008
Gennaio 2009
Febbraio 2009
Marzo 2009
Aprile 2009
Maggio 2009
Giugno 2009
Luglio 2009
Agosto 2009
Settembre 2009
Ottobre 2009
Novembre 2009
Dicembre 2009
Gennaio 2010
Febbraio 2010
Marzo 2010
Aprile 2010
Maggio 2010
Giugno 2010
Luglio 2010
Agosto 2010
Settembre 2010
Ottobre 2010
Novembre 2010
Dicembre 2010
Gennaio 2011
Febbraio 2011
Marzo 2011
Aprile 2011
Maggio 2011
Giugno 2011
Luglio 2011
Agosto 2011
Settembre 2011
Ottobre 2011
Novembre 2011
Dicembre 2011
Gennaio 2012
Febbraio 2012
Marzo 2012
Aprile 2012
Maggio 2012
Giugno 2012
Luglio 2012
Agosto 2012
Settembre 2012
Ottobre 2012
Novembre 2012
Dicembre 2012
Gennaio 2013
Febbraio 2013
Marzo 2013
Aprile 2013
Maggio 2013
Giugno 2013
Luglio 2013
Agosto 2013
Settembre 2013
Ottobre 2013
Novembre 2013
Dicembre 2013
Gennaio 2014
Febbraio 2014
Marzo 2014
Aprile 2014
Maggio 2014
Giugno 2014
Luglio 2014
Agosto 2014
Settembre 2014
Ottobre 2014
Novembre 2014
Dicembre 2014
Gennaio 2015
Febbraio 2015
Marzo 2015
Aprile 2015
Maggio 2015
Giugno 2015
Luglio 2015
Agosto 2015
Settembre 2015
Ottobre 2015
Novembre 2015
Dicembre 2015
Gennaio 2016
Febbraio 2016
Marzo 2016
Aprile 2016
Maggio 2016
Giugno 2016
Luglio 2016
Agosto 2016
Settembre 2016
Ottobre 2016
Novembre 2016
Dicembre 2016
Gennaio 2017
Febbraio 2017
Marzo 2017
Aprile 2017
Maggio 2017
Giugno 2017
Luglio 2017
Agosto 2017
Settembre 2017
Ottobre 2017
Novembre 2017
Dicembre 2017
Gennaio 2018
Febbraio 2018
Marzo 2018
Aprile 2018
Maggio 2018
Giugno 2018
Luglio 2018
Agosto 2018
Settembre 2018
Ottobre 2018
Novembre 2018
Dicembre 2018
Gennaio 2019
Febbraio 2019
Marzo 2019
Aprile 2019
Maggio 2019
Giugno 2019
Luglio 2019
Agosto 2019
Settembre 2019

Gli interventi più cliccati

Ultimi commenti:
Ben fatto!
20/03/2008 @ 10:05:43
Di Anonimo


Titolo
Sei favorevole alla proposta di ordinanze comunali per l'abolizione degli shopper di plastica?

 SI SICURAMENTE
 SI ma impraticabile
 FORSE
 NO sarebbe scomodo
 NO tanto li butto nella forra

Titolo
LEGAMBIENTE ALTO SEBINO Via Rocca 6. 24063 Castro -BG- 348 5411746 info@legambientealtosebino.org



Ci sono 67 persone collegate


21/09/2019 @ 11:48:37
script eseguito in 72 ms




Design by eStrix
distributed by:
pinkpowder : templates